Butesi, ‘ndate via dar sole!

A proposito del Garibaldi e di Garibaldi che vi fu ospitato nel luglio del 1867, abbiamo trovato un articolo apparso sul numero 3 anno 2010 de “Il Paese”. La ricostruzione dell’evento,  gustosa, ve la proponiamo di seguito tal quale: 

Il 12 luglio del 1867 Giuseppe Garibaldi venne a Buti a raccogliere fondi per la campagna contro lo Stato Pontificio. Da due decenni Garibaldi andava dichiarando come fosse venuto il tempo di “far crollare la baracca pontificia” e, il 9 settembre 1867 ad un Congresso della Pace ospitato dalla protestantissima città di Ginevra, definiva il Papato “negazione di Dio … vergogna e piaga d’Italia”. Sembra che in paese “ruscolò” poco e piuttosto contrariato si rivolse alla folla che si accalcava in Piazza in modo brusco. La scena viene raccontata da Enzo Pardini con alcuni simpatici versi:

Camice rosse giovannotti fieri
dar passo bardansoso e nervi sardi
segueno ‘r Generale Galibardi
oggi colla passion ch’aveano ieri.

‘N piassa a Buti arrivano spavardi
e una sosta e fano volenchièri
beata gioventù sènsa pensieri
quanto camina’ ‘n questi giorni cardi.

E’ messogiorno e ‘r popolo accarcato
accrama ‘r Generale con fervore
a cui un rinfresco è stato preparato.

Egli a veder la gente che llo vòle
sènsa tené’ ‘n conto ‘r gran calore
dice Butesi ‘ndate via dar sole.

Un’ulteriore testimonianza si può leggere su “Nella comunità di Buti”, la pregevole raccolta di cronache, personaggi e curiosità di Francesco Danielli:

“Giuseppe Garibaldi viene a Buti con una parte della sua truppa; Michele Giusti, detto Ghelle, attendente del Generale nel 1866, gli va incontro al Bastimento e lo fa salire sulla sua carrozza per portarlo fino in Piazza, dove viene accolto da una folla strepitosa. Viene fatto salire nel Palazzo della Casa del Popolo (già allora si chiamava così. Oggi, per come è combinato, è disdoro per la Piazza e offesa al suo passato – fatta eccezione per la parentesi del fascismo – compreso le lapidi dedicate a Garibaldi), dove poi gli verrà offerto un rinfresco. Molti si susseguono a parlare per porgergli il benvenuto, e ben presto si arriva verso il tocco quando viene data la parola a Garibaldi, che si affaccia al balcone. Tutta la popolazione, che ha atteso sotto il solleone per sentirlo parlare, lo acclama ed attende un suo discorso. “Andate via dal sole Butesi, che è l’ora di mangiare!”. Queste le sue uniche parole pubbliche. Era venuto a Buti per prendere i soldi in prestito (glieli dette anche il sindaco Danielli) per le sue campagne militari”.

Il ritratto che è appeso nella parete interna del Circolo Arci "Ai fichi" in Castel di Nocco. Lo stesso Garibaldi lo donò ai Coscera per riconoscenza dell'ospitalità ricevuta in occasione del suo passaggio a Buti il 12 luglio 1867

Il ritratto che è appeso nella parete interna del Circolo Arci “Ai fichi” in Castel di Nocco. Lo stesso Garibaldi lo donò ai Coscera per riconoscenza dell’ospitalità ricevuta in occasione del suo passaggio a Buti il 12 luglio 1867

Massimo Pratali, che nel 1999 raccolse “storie, fatti e leggende di un paese toscano scritte in vernacolo butese” nel volume “N quer di Buti”, ci ha invitato a riprodurre un verbale della Società Operaia (le S.O. videro la luce intorno alla seconda metà dell’800; nascono per sopperire alle carenze dello stato sociale ed aiutare così i lavoratori a darsi un primo apparato di difesa, trasferendo il rischio di eventi dannosi), che in quel periodo era attiva in paese, dove viene chiarito l’antefatto delle due lapidi sopra ricordate. Eccone alcuni brani:

“Alla morte di Garibaldi, il 2 giugno 1882, “ il sindaco di Buti, dott. Domenico Danielli e la Giunta, scrissero un telegramma alla famiglia dell’Estinto:

“Famiglia Garibaldi – Caprera.

Giunta Municipale di Buti, vivamente commossa inaspettata perdita Genio di questo secolo, associa suo-vostro dolore”

Nel paese di Buti fu costituito un Comitato per le onoranze funebri in onore dell’Eroe….

Il Comitato fissò il giorno per rendere omaggio all’illustre Estinto, fu stabilito il 16 luglio 1882, ore 16. Quel giorno, il Consiglio approvò di ribattezzare la Piazza Nuova, dove sorgeva la casa che ospitò il Generale, in Piazza Giuseppe Garibaldi; di porre su quell’edificio una lapide che ricordasse ai posteri l’onore avuto da Buti e di celebrare solenni funerali civili in memoria del Grande Estinto….

I1 16 luglio, con un imponente trasporto civile, venne reso omaggio a Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei Due Mondi. Fin dalle prime ore del mattino, il paese presentava un’insolita animazione: passavano uomini, ragazzi e bambini con bandiere e festoni per ornare le case; i muri delle strade, da dove sarebbe passato il corteo, vennero ricoperti con cartelli recanti scritte le gesta immortali dell’Eroe. Le finestre furono parate a lutto, ovunque vennero messe splendide corone e tutte le strade vennero ricoperte con rose e mirto.

La piazza, dove veniva fatta la commemorazione, da quel giorno Piazza Garibaldi, era addobbata e al centro vi sorgeva, in mezzo a quattro giganteschi pennoni, una colonna mozza con sopra l’effigie del Generale. Intorno alla piazza, erano appoggiate ai muri, delle aste con alla sommità delle piccole bandiere incrociate e degli scudi con scritti i principali Patti d’arme della leggendaria Camicia Rossa. Splendido e pittoresco era l’aspetto che il paese di Buti presentava.

Erano circa le sei quando i1 corteo si mosse da Piazza del Municipio e passando per Via della Rosa, del Teatro, Via Vittorio Emanuele, arrivò a Piazza Garibaldi nel seguente ordine: Fanfara, Società Guido Monaco, Circolo Democratico, Biblioteca Circolante, Società Operaia, Scuola privata maschile Cosci, Scuola maschile comunale delle Cascine, Scuola maschile comunale di Buti, Reduci Patrie Battaglie, inviati e impiegati governativi e comunali, Municipio, Giudice Conciliatore, Consiglio della Società Filarmonica, Banda musicale comunale e guardie comunali….

11 30 Settembre 1883 fu organizzata una grande festa il cui ricavato servì per la realizzazione del monumento a Garibaldi. Quel giorno, in paese ci fu una splendida illuminazione che a Buti non s’era mai vista prima, tutta la piazza era illuminata a giorno, fu fatta la tombola che fu vinta dal sig. Deleny Giovanni di San Remo, quel giorno ospite del Sindaco. Il   sig. Giovanni donò la vincita al Comitato per la realizzazione del monumento….

I1 13 Novembre dell’anno 1883, vi fu un’altra festa indimenticabile in onore alla commemorazione del busto del Generale Garibaldi. In quel giorno, i dilettanti della Compagnia Panelli e la Società Filarmonica ebbero il gentil pensiero di organizzare una serata di gala a totale beneficio della cassa per il monumento a Garibaldi. La serata riuscì come non si poteva meglio sperare. Il Teatro era sfarzosamente illuminato e addobbato. I1 pubblico era numerosissimo, tant’è vero che tutti non riuscirono ad assistere alle spettacolo. All’entrata c’era il sig. Palmazio Dini sul cui petto brillavano le decorazioni guadagnate sui campi di battaglia, che non sopperiva quella sera a ricevere i biglietti d’ingresso….

Tuttavia, malgrado gli sforzi fatti dal Comitato, il monumento a Garibaldi non fu fatto.

Passarono alcuni anni e fu ricostituito un Comitato…

Era il 4 luglio 1907 quando fu inaugurato, in forma solenne, un “Medaglione” a Garibaldi opera dell’insigne scultore prof. Ettore Ferrari con un’epigrafe del poeta siciliano Mario Rapisardi:

“A Garibaldi liberatore – che intento a Roma fatale – Qui sostò qualche ora – I1 12 Luglio 1867 – Consacrano questo ricordo i butesi – nel centenario della sua nascita – Conoscenti all’Eroe – che insegnò più volte col sacrificio – Come le idee redentrici della nazione – Sopravvivendo alle sanguinose sconfitte – Vincono finalmente – Per virtu di popolo – La congiurata violenza degli oppressori – E le ambagi insidiose dei politicanti”.

Il medaglione venne posto nella casa dove abitò il Grande Estinto…. Il segretario del Comitato, salito sul palco insieme agli oratori, lesse la nota delle Associazioni intervenute, da Pisa: Circolo  “E. Socci”; da Pontedera: Libero Pensiero, Reduci Fratellanza Militare, Circolo “G. Bruno”; da S. Giovanni alla Vena: Circolo “G. Mazzini”, Circolo Giovanile Repubblicano, Fratellanza Artigiana, Club “L’Armonia”; da Vicopisano: Circolo Socialista, Circolo Socialista Giovanile, Circolo Repubblicano “A. Saffi”, Cooperativa “Terrazzieri”, Società Operaia; da Bientina: Cooperativa “Terrazzieri”, Società Operaia; da Buti: Municipio, Circolo “L’Armonia”, Cooperativa Corbellai e Cestai, Circolo Socialista “Jacopo Danielli”, Lega di Miglioramento tra Vetturali, Società Operaia e Reduci Patrie Battaglie….

Il segretario, infine, presentò l’illustre concittadino Pio Pardini che parlò a nome del Comitato, poiché il Presidente, sig. Fortunato Cioni, non aveva potuto presenziare per gravi motivi di salute.

Il Pardini fece la storia di come nacque in Buti l’idea di onorare il grande Eroe, mandò un caldo saluto alla memoria del prof. Jacopo Danielli, primo presidente del Comitato, salutò le Associazioni intervenute, i Reduci, le rappresentanze e il popolo tutto. Rievocò, con calde parole, i fatti più salienti della vita di Garibaldi e spesso fu interrotto dal pubblico con scroscianti applausi.

Dopo il sig. Pio Pardini, parlò l’avv. Francesco Bianchi di Lucca e con lui si chiuse la manifestazione mentre la Banda intonava l’inno di Garibaldi”.

Una cronaca intrisa di retorica che a leggerla oggi fa tenerezza, ma da cui si intuisce quanta e sincera adesione popolare ci fosse al ricordo di Giuseppe Garibaldi.

 

La posizione delle due lapidi. Quella posta sul lato del circolo Garibaldi in Via di mezzo riporta la seguente scritta: AD ONORANZA PERPETUA DI GIUSEPPE GARIBALDI OSPITE IN QUESTE MURA IL XII LUGLIO MDCCCLXVII IL MUNICIPIO DI BUTI PONEVA IL XVI LUGLIO MDCCCLXXXII, mentre l’altra, il “medaglione”, guarda la piazza.

La posizione delle due lapidi. Quella posta sul lato del circolo Garibaldi in Via di mezzo riporta la seguente scritta: AD ONORANZA PERPETUA DI GIUSEPPE GARIBALDI OSPITE IN QUESTE MURA IL XII LUGLIO MDCCCLXVII IL MUNICIPIO DI BUTI PONEVA IL XVI LUGLIO MDCCCLXXXII, mentre l’altra, il “medaglione”, guarda la piazza.

(le foto sono di Maurizio Pieroni).


L’uomo è una bestia

guerra 1915 - 18

guerra 1915 – 18

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guerra 1939 – 45

Visitando la chiesa di San Francesco, si notano due lapidi che ricordano i numerosi caduti butesi per causa di guerra, sia per quella del 1915 – 18 che per quella del 1939 – 45.

Però se andiamo a vedere cosa sta succedendo oggi nel mondo, il panorama è terribile. Non c’è solo la Siria, l’Irak e la Libia ad essere coinvolti in scenari di morte e distruzione, ma addirittura la maggioranza dei paesi. Precisamente i conflitti sono in:

AFRICA:

(29 Stati e 209 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti coinvolti)

Punti Caldi: Egitto (guerra contro militanti islamici ramo Stato Islamico), Libia (guerra civile in corso), Mali (scontri tra esercito e gruppi ribelli), Mozambico (scontri con ribelli RENAMO), Nigeria (guerra contro i militanti islamici), Repubblica Centrafricana (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), Repubblica Democratica del Congo (guerra contro i gruppi ribelli), Somalia (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), Sudan (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), Sud Sudan (scontri con gruppi ribelli)

ASIA:

(16 Stati e 167 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti coinvolti)

Punti Caldi: Afghanistan (guerra contro i militanti islamici), Birmania-Myanmar (guerra contro i gruppi ribelli), Filippine (guerra contro i militanti islamici), Pakistan (guerra contro i militanti islamici), Thailandia (colpo di Stato dell’esercito Maggio 2014)

EUROPA:

(9 Stati e 80 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti coinvolti)

Punti Caldi: Cecenia (guerra contro i militanti islamici), Daghestan (guerra contro i militanti islamici), Ucraina (Secessione dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk), Nagorno-Karabakh (scontri tra esercito Azerbaijan contro esercito Armenia e esercito del Nagorno-Karabakh)

MEDIO ORIENTE:

(7 Stati e 236 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi-separatisti coinvolti)

Punti Caldi: Iraq (guerra contro i militanti islamici dello Stato Islamico), Israele (guerra contro i militanti islamici nella Striscia di Gaza), Siria (guerra civile), Yemen (guerra contro e tra i militanti islamici)

AMERICHE:

(6 Stati e 26 tra cartelli della droga, milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti coinvolti)

Punti Caldi: Colombia (guerra contro i gruppi ribelli), Messico (guerra contro i gruppi del narcotraffico)

Per un totale:

Stati coinvolti nelle guerre

67

Numero di milizie-guerriglieri e gruppi terroristi-separatisti coinvolti

719


Una nuova pagina

Martedì 23 Agosto alle 18 vengono inaugurati i rinnovati locali del Circolo ARCI Garibaldi. I butesi sanno bene in quali condizioni era il fabbricato, fatiscente ad un punto tale da essere il disdoro del paese.  Oggi, rifatto il tetto crollato e le facciate scrostate in collaborazione con la proprietà del primo e secondo piano, e sistemati gli ambienti interni, il Consiglio Direttivo  presenta i risultati. E’ ovvio che ancora molto rimane da sistemare in termini di risanamento finanziario perché quanto realizzato non è stato regalato da nessuno. Comunque si tratta di un passo nel solco delle pagine belle scritte da tanti compagni, cestai contadini e altri lavoratori, scritte nella “Sezione” dal dopoguerra in poi. Coerente a quest’ispirazione il Garibaldi vuole riaffermare i valori della solidarietà e dell’amore per la pace.

ieri

ieri

oggi

oggi


L’asilo

bambini asilo banchi

Ritorno a quel tempo ormai così lontano, e i ricordi sono tanti. Avevo appena due anni e per undici ore al giorno, dalle otto della mattina alle sette della sera stavo lì. Alle sette quando chiudevano le segherie e veniva a prendermi “la mi’ mamma”.

All’asilo si stava insieme in una stanza e ci guardava solo Suor Maria Nazarena.

L’ambiente era tutto colorato di celeste-cielo. E laccati di questo colore, erano i banchini, le seggioline, l’attaccapanni, la cattedra, la vetrina. La vetrina che era lì di fianco, appena si entrava: alta, stretta stretta, con tantissimi ripiani per mostrare i nostri semplicissimi lavori. Due-tre volte la settimana si usciva nell’orto, dove il divertimento era di rincorrerci e di dondolarci su di una grande altalena. In più a questo, per noi bimbe, c’erano i girotondi della “Madama Pollaiola” e della “Madama Dorè”, o i “battimani” che si facevano a coppie e “si scambiavano” seduti sui muretti. Quelli che dicevano:

” Allo scambio del gio’

giocheremo a sassi ‘n dò … “

Eppoi c’era la “stanga bilanga”: di quando in quando la suora prendeva una bacchettina e ci faceva sulle gambe il gioco per trattenerci un po’ di più seduti. Cosa non mancava mai erano i dispettini e con i dispettini “gli spioncini”. Il momento della spiata garbava di più:

” Spio spione portabandiera

tutte le spie vanno in galera! “

L’ultimo anno si entrava, da “grandi”, nel piazzale delle scuole per imparare il gioco delle “quattro cantonate”. Era tutto un “corri-corri”; per fortuna dava una mano alla suora anche la Prova, la bidella tuttofare che sgambettava per giornate intere tra asilo e scuola elementare.

Un altro paio di uscite si ripetevano nel corso dell’anno: a Natale, in chiesa, per vedere il presepe con i bellissimi e grandissimi personaggi, e per carnevale fino in piazza, dalla Rosa, per i coriandoli. La suora ne comprava un solo sacchettino e poi ce ne dava “una menatina” per uno. Infine un ricordo vivo è quello del 19 Marzo, il giorno di San Giuseppe, quando, nel pomeriggio, si aspettava in gloria che arrivassero le quattro e “San Giuseppe frittellaio” ci portasse le frittelle. E le frittelle arrivavano puntualmente quando appariva la Prova con due piatti ricolmi. Subito noi si partiva all’assalto, ma lei, “schiantando da ride’”, le portava di corsa alla cattedra. La suora era lì pronta a richiamarci all’ordine battendo la bacchetta e facendoci mettere in fila e poi ne dava una ciascuno. Le frittelle erano, o ci sembravano, squisite.

F.M.V.


Usanze domestiche 2

Abbiamo già detto di alcune usanze, ma ne ricordo altre. Per esempio gli usi della “cendere”; primo tra tutti il cosiddetto “cenderone” per il bucato. La cenere, è risaputo, è un ottimo detergente e sbiancante, e per il “cenderone” veniva messa in una balla aperta e  adagiata sui panni preparati nelle conche, che poi bisognava riempire con acqua bollente per l’ammollo di almeno un giorno. Ma la cenere serviva anche in cucina, e proprio in cucina, fino ai primi anni cinquanta, ha durato l’usanza antica dell’utilizzo della “cendere per rigovernà’”. E precisamente fino a quando nelle cucine non venne introdotto l’acquaio. Le posate, specialmente quelle pesanti di ottone, si strusciavano con la cenere in un “truciolo” d’acqua in catini di coccio. Altro impiego della cenere era quello per i ceci. Il “cenderone” per il bucato e la “cenderata” sui ceci erano un po’ la stessa faccenda: si metteva la cenere in un asciughino, si stendeva sopra ai ceci e poi si versava l’acqua nel recipiente per l’ammollo. Al momento del risciacquo tutte “le gusce” venivano via più facilmente e i ceci cuocevano meglio. Ulteriore usanza è stata quella di sciacquare le bottiglie unte o quelle particolarmente macchiate con l’ erba “cimiciaia”, questa più era “fogliosa” più funzionava bene. Tutte pratiche assai preziose perché non costavano nulla.

F. M.V.


L’altro ieri

Allievi cascine vecchi

Primi anni 70: una più che onesta formazione di allievi dell’A.C. Cascine. Da sinistra, in piedi: la Ditta (Balducci Paolo), Camusso (Orlandi Moreno), il Montone (Monti Riccardo), il Giolli (Giolli Stefano), Mazzino (Bertelli Fabrizio), Cilì (Dal Canto Claudio), Natale Niccolai, Carlotti Giorgio, Luperini Sigismondo, il Biondo (Benvenuti Fabrizio), Pippo (Pioli Massimo), Tofano (Stefani Enzo), il Paesano (Ferrucci Enzo), il Gobbo (Guidi Giuseppe); accosciati Favina (Nardi Marco), Tocchino (Balducci Alberto), poi il capitano Salvadori Piero,il mitico Tonnetto (Giusti Fabio), Gallaccio (Pacini Alessandro), e per finire una nota di internazionalità con il Cinese, al secolo Pratali Marco. Da notare che le maglie indossate erano quelle storiche della “Rondinella”, una squadra della Pescaia che, prima che ricostruissero il campo sportivo, battagliava con il Ponte e con i  Becucci e questo aveva luogo in varie aree del paese tipo la Stazione (campo in ghiaino), la Chiesa (terra battuta), il Campino e il Pianale (con un po’ di erba). Ricordo che le maglie erano state pagate grazie ad un mezzo binario divelto e ceduto a ”Ranchino”. Ma questa è un’altra storia.

Claudio Parducci


La nostra marcia funebre

nove346C’è una scena famosa nel film “Novecento” di Bernardo Bertolucci a commento del corteo dopo il rogo appiccato dai fascisti alla casa del popolo. La banda suona l’Internazionale, poi viene intonata una marcia funebre che è la marcia che noi anziani abbiamo ascoltato tante volte in paese. Un’aria che associata alla dipartita di coloro che ci hanno accompagnato, formano un ricordo indelebile e struggente del nostro essere butesi.

Avevamo creduto da sempre che la composizione fosse di Andrea Bernardini, ma dal momento che la stessa è stata utilizzata da Bertolucci è probabile che l’autore sia un altro. L’Anna Baroni, presidente della Filarmonica, ci ha detto che gli spartiti in questione sono andati tutti perduti. A questo punto il miglior modo per verificare la cosa è scrivere al regista e lo faremo il più presto possibile.

 


Giochi antichi

Cerchietti

cerchiettiNel cinquantasette, per noi bimbette già grandi (sui dodici anni), arrivarono i cerchietti. La novità ci si presentò alla colonia (gestita dal CIF, Centro Italiano Femminile: associazione delle donne cattoliche che si sviluppa nel dopoguerra sotto la spinta di Papa Pio XII dedicandosi alla gestione delle mense per i poveri, colonie marine e montane, ecc. N.d.R.) al Calambrone, che per noi rappresentava non solo un mese di mare, ma il simbolo assoluto dell’estate e delle vacanze.

Già da un paio d’anni i giochini sciapiti sulla sabbia non si facevano più; ora si passava il tempo con le parole crociate, a scambiare i giornalini, le corse con la palla e le chiacchiere fresche. Per fortuna, quell’anno, ci regalò il gioco dei cerchietti. Giocare “a cerchietti” non era un granché: consisteva soltanto nel tirare e riprendere al volo un piccolo cerchio di legno con due bacchette. Si giocava in due, ma anche in quattro con i tiri incrociati. Vinceva chi riusciva a farlo “cascà” meno volte. Non era un grande gioco, ma “garbò” a tutti compreso i bimbetti. Si giocava da tutte le parti, negli spiazzi in pineta e ovviamente sulla spiaggia e perfino in acqua, e anche in quel piazzale immenso della colonia “Vittorio Emanuele”. Un piazzale davvero enorme dove si svolgeva il corri-corri. Se il tempo era brutto, si tiravano pure in camerata (uno stanzone grandissimo con quarantotto letti).

L’ Hula-Hoop

hula-hoopNell’estate del cinquantotto esplose una novità assoluta, l’Hula-Hoop. E fu così entusiasmante che noi ragazzine si fece solo quello. Come tutti sanno si tratta di un grande cerchio di plastica colorato che va fatto roteare intorno alla vita e ai fianchi senza farlo cadere. Che faticaccia imparare! Però fummo ricompensate alla grande con la soddisfazione di una conquista grandissima. Però durò poco e malgrado il furore sollevato il gioco si spense in quella sola estate. E’ il destino delle mode.

F.M.V.


Quei materassi!

Giannina Ciampi: maestra di alta cucina e materassaia.

Giannina Ciampi: maestra di alta cucina e materassaia.

Mi riferisco ai vecchi materassi di lana o di vegetale che una volta l’anno andavano sfatti, lavati e rifatti. Era un ammattimento grosso! La testimonianza è diretta: più di una volta cuciti e fatti dalla sottoscritta.
Per primissima cosa andavano sfatti, che vuol dire scuciti, anzi “spuntiti”. Sia la lana che il vegetale, perché non si “ammassassero”, erano ben fermati con “passaggi” forti e ben annodati. La cucitura di questi gusci era noiosa e complicata, e non tutte le sarte la facevano. Non è facilissimo nemmeno descrivere simile faccenda, ma visto che l’ho sperimentata direttamente, mi ci provo.
Per i “passaggi”, da parte a parte, occorrevano due tasselli di rinforzo per ognuno con due buchi per far passare e, di seguito, annodare il grosso filo. Per ogni materasso matrimoniale occorrevano ben trenta “passaggi” con sessanta “toppini di rinforzo” e centoventi buchetti da fare col “puntarolo”.  Non mettiamo nel conto l’apertura nel mezzo, quella utilizzata per mettere dentro il materiale; anch’essa con i lati rinforzati e i buchetti ben cuciti e rifiniti. Poi, si consideri che i materassi erano due.
Inoltre, fino agli anni sessanta, nei letti matrimoniali al posto dei due guanciali c’era il “guanciallungo”, un lungo guanciale di lana largo quanto il letto. Un oggetto che andava scucito, vuotato, lavato, sistemata la lana e rifatto. Ma la “faccenda guanciallungo” le donne la facevano da sé, non gli occorreva la materassaia. Come si è potuto intendere dalla descrizione di cui sopra, rifare i materassi era operazione di ben altro impegno. Ma raccontiamola tutta.
Una volta tolti dai gusci lana e vegetale questi andavano “allargati” perché ritornassero soffici e morbidi. Le materassaie, chiamate nelle case per la faccenda, si aiutavano con “canniccio e bastoni”, attrezzi che portavano con sé insieme ad un grosso ago e… tanta pazienza.
Il lavoro completo non si faceva in quattro e quattr’otto, ci voleva qualche ora. “Allargati” lana e vegetale andavano rimessi dentro i gusci cercando di sterzarli più pari possibile. Quindi, con le apposite matassine, rifare i vari “passaggi” che riformavano i classici “sbuffi”; richiudere l’ apertura del mezzo e infine riformare la “cresta” su tutti gli otto lati per ogni materasso. Tutto questo un po’ in ginocchio e un po’ chine sul pavimento (quasi sempre quello di cucina).
Per i contadini le cose andavano meglio perché il lavoro veniva fatto nell’estate, fuori sull’aie.
Di materassaie di professione, se così si può dire perché non si riusciva a vivere solo di quello, ne ho conosciute tre soltanto: la Giannina del Campo, la Dina di Spalletta e la Consiglina del Galai. In casa mia è sempre venuta la Consiglina, che stava a San Nicolaio, dietro la chiesina, vicino a Coio. Non portava né il canniccio, né i bastoni, né il grosso ago, veniva senza nulla. Tanto in casa mia, tutto quello che occorreva c’è sempre stato. Lana e vegetale si allargavano a mano io e mia zia Giorgia in chissà quante sere, e quando tutto era pronto per rifarne una, si chiamava la Consiglina. Lei veniva sempre dopo “desinà”: montava su dal rio con “il grembiale e i carzerotti” puliti sotto il braccio e il fagotto di lavoretti (di cucito) da fa’ come cambio di lavoro.
Negli anni di bimbetta e ragazzetta il tempo dei materassi è sempre stato così. Mezze giornate che mi garbavano tanto. La Consiglina conosceva l’Apocalisse e io mi ci raccomandavo che raccontasse e lei lo faceva tutto il tempo, fino a sera. Anzi, soprattutto la sera, quando ormai il materasso era finito e lei per fare la cresta si poteva sedere in terra, di lato, un po’ più comoda che in ginocchione. E quando diventava proprio tardi, tornava il babbo e allora sì che raccontava, anzi raccontavano. Per il babbo trovare in casa la Consiglina e poter parlare dell’Apocalisse era una manna: dove trovarla una come lei, pronta a “ragionà” dell’Apocalisse? E per lei era lo stesso: dove lo trovava uno come il babbo pronto a “ragionà” dell’Apocalisse?
A me stavano bene tutti e due; erano discorsi che capivo poco, ma li stavo a sentire incantata come se raccontassero le novelle. Peccato che i materassi si facessero solo una volta l’anno!

F.M.V.

 


Soprannomi (da Sargente a Zuabo)

Con il numero 5 anno 2012, abbiamo iniziato la pubblicazione della ricerca sui soprannomi di Erico Enrico Bernardini (di Baggiolo), aggiornata al 1985. Con il cartaceo eravamo arrivati a “Sapina” e oggi la completiamo.

Sargente Del Ry Mentano
Sasso Parenti Parentino
Sassolino Tremolanti Cicalo
Saulle Bernardini Saulle
Sbadiglio Bernardini Sbadiglio
Scarbatrina Gozzoli Scarbatrino
Schiocca Filippi Schiocca
Sciampera Sciampero
Scuffia Bernardini Scuffia
Seggiolaia Seggiolaia
Seghetti Petrognani Seghetti
Sella Felici Dodo
Sette Andreotti Ferro
Sgrummi Sgrummi
Sili Pardini Ragnerino
Sindachino Scarpellini Sindachino
Sipolino Sipolo
Sirino Ciampi Bottaio
Siriotto Filippi Naccheri
Sissi Guerrucci Micio
Sissi Barzacchini Sissi
Sisto Bernardini Sisto
Sita Bonaccorsi Prete
Soffione Soffione
Sorba Vannucci Sorba
Sorda Sorda
Spadaccia Spadaccia
Spadino Leporini Spadino
Spalletta Ciampi Spalletta
Spazzino Valdiserra Spazzino
Spitigno Felici Spitigno
Spranghino Parducci Violina
Spuma Pardini Ragnerino
Squillo Pratali Campanaio
Stagnino Masoni Fifoia
Stagnino Bernardini Icchisi
Stampatore Cosci Stampatore
Stanga Filippi Pitia
Stecchiè Stecchiè
Steccolo Steccolo
Stefanino Cosci Rechie
Stelio Felici Stelio
Sticci Leporini Pepane
Stinchi Stinchi
Strego Baschieri Streghino
Stussi Bernardini Benzina
Succhio Del Ry Gaspera
Sussi Felici Cocchina
Tabarsi Baschieri Tabarsi
Tacca Tacca
Tacche Tacche
Tacco Baschieri Tacca
Taglierino Taglierino
Talino Petrognani Talino
Talloccio Talloccio
Tana Lari Larino
Tanfata Tanfata
Tapino Filippi Delo
Tappo Pioli Tappo
Tarzan Barzacchini Macelli
Tascone Pelosini Tascone
Tatino Tatino
Tattino Rossi Tattino
Telle Barzacchini Macelli
Tenace Branchini Tenace
Tenda Bernardini Tenda
Tenente Filippi Cingione
Teo Bernardini Feccio
Teo Cavallini Teo
Terso Filippi Schiocca
Testulina Guerrucci Testulina
Teto Felici Teto
Ticci Bernardini Ticci
Tilla Tilla
Tio Valdiserra Carretta
Tio Baroni Tio
Tipolò Tipolò
Tirulì Tirulì
Tito Moscardini Pacchiarino
Titta Petrognani Talino
Tizzoni Landi Lisca
Tobere Cavani Lombo
Tocche Valdiserra Spazzino
Tocci Parenti Pasquino
Tocci Schiavetti Pionso
Tocco Tognarini Tocco
Tola Andreini Tola
Tonso Matteucci Prottoli
Topaccia Serafini Macaio
Topano Palamidessi Bellaminena
Topino Baroni Topino
Topo Barzacchini Gonnella
Topo Pelosini Mondo
Topo Gozzoli Topo
Topo Scarpellini Topo
Topolino Parenti Topolò
Topolò Parenti Insaccatopi
Toppino Bernardini Baggiolo
Toppone Filippi Toppone
Tordina Tordo
Tordo Baschieri Piovano
Tormento Pratali Tormento
Toro Ciampi Spalletta
Torre Profeti Torre
Totolina Paoli Totolina
Traballone Felici Traballone
Tramme Martinelli Tramme
Tramontana Tramontana
Trapano Cingione
Treno Guelfi Treno
Treppani Priori Treppani
Treunce Scarpellini Treunce
Tricco Petrognani Talino
Tripoli Filippi Domenichetto
Tripolina Bacci Bresza
Trivellino Ciampi Trivellino
Tullora Tullora
Turo Serafini Turo
Tutolo Tognetti Tutolo
Tutù Tutù
Uccellina Stefani Uccello
Uccello Pini Calistro
Ugnino Bernardini Schiocca
Valpreda Pelosini Valpreda
Vedovallegra Vedovallegra
Veloce Veloce
Venino Landi Venino
Venuto Venuto
Verchione Verchione
Verderame Filippi Verderame
Vergi Vergi
Villano Tognetti Villano
Vinello Filippi Vinello
Violina Parducci Violina
Vocina Caturegli Vocina
Vovve Pardini Vovve
Zai Gozzoli Billalla
Zazzerina Serafini Macaio
Zerba Pratali Brigido
Zio Rossi Botte
Zizzolino Ciampi Trivellino
Baricolo
Zozzi Bernardini Gobbo
Zuabo Zuabo

Io, Guido e la Tosca

uscita-anni-50Era l’inizio del decennio e il tempo quello della scuola elementare; precisamente l’anno scolastico cinquantatre-cinquantaquattro.
Si stava tutti e due a Puntaccolle, io nel Poggetto e Guido nel Rietto.
Lui ci veniva spesso là dove stavo io, “mi veniva a chiamà’ e mi ‘spettava” in fondo di scala. E anch’io facevo uguale: lo chiamavo e lo aspettavo in fondo di scala. Non si stava a “perde’ tempo a entrà’ nelle case e fà’ tanti discorsi”, si partiva subito verso la scuola, il Catechismo, la Messa (Guido la serviva), dal mentaio, al dopo-scuola. Ecco, proprio il dopo-scuola; fu con quello che la Tosca (la mamma di Guido) scoprì l’altarini. Andò così.
Erano gli anni che nelle stanze sopra il Comune, la Madre teneva il dopo-scuola; per cinquecento lire al mese, vi si poteva andare per un paio d’ore, dalle due alle quattro. Chi aveva bisogno di un po’ di ripetizione, la Madre lo seguiva in modo particolare e tutti comunque venivano aiutati per i compiti di casa, specialmente nelle letture.
Anch’io ci andavo, ma soltanto quando pioveva. Mentre per quanto riguarda la scuola, quella della mattina, la prendevo sul serio e ci stavo attentissima, il pomeriggio era intoccabile per “andà’ aggiro”. A quel tempo garbava a tutti ritornare nel piazzale delle scuole, ma solo per “passà’ il tempo e per giocà’”, soprattutto un gioco che si faceva solo lì: le quattro cantonate.
A questo punto, devo spiegare un certo “contratto” che il mi’ babbo, costretto dalla mi’ mamma, aveva fatto con le suore. Lui ci si recava spesso da loro perché lo mandavano a chiamare per qualsiasi lavoretto. Lavoretti minimi ma necessari, e che lui faceva sempre in via di favore. Allora la mi’ mamma gli fece chiedere (sottinteso come pagamento) il permesso di farmi andare qualche volta al dopo-scuola, senza impegno, di quando in quando. E le suore dissero subito di sì.
Tutti i giorni alle due, sia io che Guido, si usciva di casa. Se non ci si trovava “a Puntaccolle”, chi prima usciva “‘ndava a chiamà'”. Lui il dopo-scuola lo doveva frequentare regolarmente, io invece regolarmente frequentavo solo il piazzale. Infatti, una volta lì, se c’ era qualcuno a giocare (e qualcuno ci trovavo quasi sempre) m’imbrancavo anch’io e trattenevo giù anche Guido, a cui la cosa stava benone. Poi, quando ci pareva, si ritornava in giù, ognuno a casa sua. Così andò avanti per quasi tutto l’anno scolastico. Poi, come fu come non fu, la Tosca lo venne a sapere. Per primissima cosa “andò a ‘spettà’” la mi’ mamma alla segheria e risentita “ni fece sapé’” tutto quanto. Ma la mi’ mamma lo sapeva benissimo che io “‘r doppo-dessinà’ ‘ndavo aggiro” e infatti glielo disse:
“E lo sò che lé’ ‘un ci và, ma tanto io ‘r mese ‘un lo pago”
“Eh, ma io sì!” – rispose la Tosca risentita.
A questo punto, l’unica che “né la doveva fà’ intende’ “ ero io. Mi trovò, per caso, alla fonte, mi “chiappo” per le code e mi urlò in un orecchio: “O’ stracicona! Te vai ‘n dù’ ti pare. Ma lù’ ‘asciacelo ‘ndà’!”
Non ci fu bisogno di aggiungere altro, avevo capito benissimo. Il “chiamo” reciproco continuò, però io facevo quel che mi pareva come prima, mentre Guido montava la scala delle suore e sbattendo la cartella da tutte le parti imprecava: – “Accidenti a chi né la ditto” – .
E io che “riscotevo” tutte le sere, quella volta lì la passai liscia: caso eccezionale ero in regola.

F.M.V.


PIAVOLA, UNA DISUMANA RAPPRESAGLIA

Piavola

Nel quadro della celebrazione del XXV Aprile, si è tenuta all’ex Frantoio Rossoni una lezione del Prof. Paolo Pezzino che ha presentato i materiali raccolti per l’Atlante delle Stragi Naziste e Fasciste, un progetto finanziato dalla Germania nel quadro del cosiddetto “Fondo italo-tedesco per il futuro”. L’Atlante, promosso in collaborazione tra Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza contro i civili commessi dall’esercito tedesco e dai suoi alleati fascisti in Italia tra il 1943 e il 1945.

Della lezione del Prof. Pezzino pubblicheremo un estratto più avanti. Dal sito dell’Atlante (http://www.straginazifasciste.it/) si ricavano alcune, importanti notizie:

Nell’Elenco reparti responsabili viene individuato il reparto che ha eseguito la strage di Piavola, il 65. Infanterie-Division. Un tipo di reparto facente parte della Wehrmacht (forze armate tedesche comprendente l’Heer – esercito, la Kriegsmarine –  marina e la Luftwaffe – aeronautica). Il 65. Infanterie-Division è responsabile o corresponsabile di molteplici stragi:

 

  1. Rocca Corneta, Lizzano in Belvedere (mercoledì, 21 giugno 1944)
  2. Fanano (venerdì, 23 giugno 1944)
  3. Lizzano in Belvedere (martedì, 27 giugno 1944)
  4. VALPROMARO CAMAIORE (venerdì, 30 giugno 1944)
  5. MONTE A PESCIA (martedì, 18 luglio 1944)
  6. PIAVOLA BUTI (domenica, 23 luglio 1944)
  7. TERMINE VICOPISANO (martedì, 25 luglio 1944)
  8. STRIGLIANELLA MONTALE (venerdì, 4 agosto 1944)
  9. LA ROMAGNA SAN GIULIANO TERME (domenica, 6 agosto 1944 – lunedì, 7 agosto 1944)
  10. GERMINAIA DI PISTOIA (mercoledì, 9 agosto 1944)
  11. SAN PANTALEO PISTOIA (sabato, 12 agosto 1944)
  12. VELLANO PESCIA (giovedì, 17 agosto 1944)
  13. SAN QUIRICO IN VALLERIANA PESCIA (sabato, 19 agosto 1944)
  14. SAN PIERO IN CAMPO MONTECARLO (giovedì, 31 agosto 1944)
  15. PESCIA (mercoledì, 6 settembre 1944 – giovedì, 7 settembre 1944)
  16. CIMITERO VELLANO PESCIA (giovedì, 14 settembre 1944).

Inoltre, la ricerca mette in evidenza  che si è motivato il massacro come rappresaglia (azione punitiva caratterizzata da inumanità e da violenza indiscriminata posta in essere da una forza occupante ai danni della popolazione civile. La rappresaglia è vietata dal diritto internazionale).

L’Atlante indica, tra l’altro, la bibliografia essenziale da tenere come base per valutare quanto successo in Piavola:

AA.VV., La Resistenza nel comune di San Giuliano Terme: cinquantennale della Resistenza e della liberazione, Pacini, Pisa, 1994.

AA.VV., Testimonianze e documenti raccolti dagli studenti della Scuola Media, Amministrazione Provinciale di Buti, 1974.

AA.VV., Uomini in guerra, Scuola media F. Di Bartolo (a cura di), Buti, 1995.

Michele Battini, Paolo Pezzino, Guerra ai civili, Marsilio, Venezia, 1998, pp. 169-175.

Gianluca Fulvetti, Uccidere i civili. Le stragi naziste in Toscana (1943-1945), Carocci, Roma, 2009, pp. 167-168.

Così per quanto riguarda una nutrita serie di fonti archivistiche per la gran parte tratte dai verbali del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) sezione di Buti.

 


Modi di dire

Dopo aver iniziato il discorso nel numero 5 dell’anno 2008 (Arrosto che non tocca si lascia bruciare) e averlo continuato nei numeri successivi dello stesso anno e di tutto il 2009 con materiale raccolto da Villiam Landi, si riprende ora con alcune espressioni che sono comuni in Toscana:

   – ti cavo l’occhi e te li metto ‘n mano

   – come t’ho fatto ti risfaccio

proprio butese sembra essere:

   – ti sgroppono, diventi ‘n cane

Nostra, almeno per il significato offensivo che qui ha acquisito perché rivolta verso uno che non riesce ad avere figli, è la seguente invettiva:

   – quer  barlaccio del tu’ marito

e se trattasi di una donna:

   – o gallina senz’ova.

Espressioni che vengono vieppiù illuminate quando ci riferiscono che le stesse sono state usate in uno scontro verbale sanguinoso tra due reali condizioni di donne castellane.


Il Tribunale Speciale

Un amico di Pisa ci ha inviato un vecchio articolo di Aldo Natoli che illustra l’istituzione e il funzionamento del Tribunale Speciale durante il periodo fascista.

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ISTITUZIONE DEL TRIBUNALE SPECIALE

Il Tribunale speciale fasci­sta fu istituito nel 1926, con la legge n.2008 [26 novem­bre], recante «Provvedimenti per la Difesa dello Sta­to». Esso reintroduceva la pena di morte per gli atten­tati contro la persona del Re e del capo del fascismo e puniva con sanzioni severissime ogni attività politica contraria al regime. Tutti i partiti politici erano già stati sciolti e messi fuori legge. Tale attività dunque, era bollata come «sovversiva». Altra specialità di quel tribunale consisteva nel fatto che il collegio giudican­te non era costituito da magistrati, ma da ufficiali della milizia fascista, i quali si esibivano in divisa e in camicia nera. Ciò non lasciava adito ad alcun dubbio sulla loro imparzialità. Per il modo stesso della sua origine e della sua costituzione, era un tribunale per il quale non valeva la norma generale che «la legge è uguale per tutti». Qui, all’origine, la legge doveva es­sere «disuguale». In sotanza, era una banda, più o meno gallonata, di ausiliari della polizia po­litica; fra di essi non mancarono gli squadri­sti e funzionò per quasi diciassette anni, dalla sua istituzione fino al 23 luglio 1943: l’ultima sentenza emanata por­ta questa data. Due giorni dopo, il 25 luglio, cadeva Mussolini. A que­sto punto «i giudici» si squagliarono, più tardi, dopo la liberazione, si mimetizzarono fra le pieghe della giovane e inesperta democrazia. Nessuno fu perseguito. Tutti poterono usufruire indisturbati di copiose pen­sioni. Infatti non poco avevano lavorato. Se si tiene conto che, già prima della istituzione del Tribunale speciale e fino al 25 luglio 1943, in ogni provincia funzionavano le Commissioni per l’invio al confino dei presunti «sovversivi», e che si è calcolato che coloro che furono deportati o nelle isole o in pic­coli comuni, soprattutto nel Mezzogiorno, dove erano sottoposti alla libertà vigilata, furono oltre 10.000, si può ritenere che le persone che la polizia politica con­siderò ostili al regime, pericolose per esso e, quindi, soggette a diverse misure di sicurezza e repressione, furono più di 16.000. Naturalmente, diversi erano anche i livelli di attività o di organiz­zazione di costoro. Fra essi la stragrande maggioranza era costituita do operaie contadini. Politicamente soverchiante [oltre 1’80 per cento] fu la partecipazione comunista.

LA FORMAZIONE DEI QUADRI ANTIFASCISTI IN CARCERE

Esiste ormai un’ampia documentazione, anche se non ancora sistematica ed esauriente, circa le condi­zioni del regime carcerario cui erano sottoposti i de­tenuti politici. Giova ricordare che il Regolamento degli istituti di prevenzione e di pena (1931) non fa parola dei «detenuti politici». Ufficialmente, per il regime fascista, questi «non esistevano». Nella realtà, in tutte le più importanti case penali vi erano «sezioni politiche». 1 detenuti politici erano ristretti in locali separati rispetto ai delinquenti comuni. Il trattamento cui i politici erano soggetti era mo­dellato su un regolamento cui ho già accennato e questo era francamente punitivo. Ma la situazione reale era diversa da carcere a carcere. Vi erano car­ceri notoriamente duri e carceri meno duri. Decisiva era la qualità del personale di custodia dal direttore all’ultimo secondino. Dove erano funzionarie graduati dichiaratamente fascisti, il regime diventava persecutorio. lo ho fatto l’esperienza del carcere di Civitavecchia, che era allora considerato il più duro, fra il 1940 e il 1943. Erano anni di guerra tristissimi , per paese e que­sta circostanza si ripercuoteva entro il carcere attraverso i funzionari e a­genti fascisti.- per costoro noi, con­dannati come antifascisti, special­mente se comunisti, eravamo il «ne­mico», contro il quale essi conduceva­no una loro guerra particolare. lo ho descritto, servendomi di un docu­mento indiscutibile, forse unico, del quale ero venuto in possesso molti anni fa in circostanze singolari, caratteristiche ed episodi di quella guerra. In carcere in quegli anni, la lotta antifascista continuava in forme assai aspre. Quella fu la scuola nella quale si formarono alcune migliaia di quadri che più tardi costituirono l’ossatura delle formazioni armate partigiane. Insieme a Vittorio Foa e Carlo Ginzburg, ho pubbli­cato il documento cui ho accennato qui sopra: è il Registro delle punizioni che venivano inflitte ai de­tenuti politici nella casa penale di Civitavecchia fra il 1941 e il 1943. Questo documento, se non ne esi­stessero altri, basterebbe a qualificare la sostanza repressiva e reazionaria del fascismo.

I NUMERI DEL TRIBUNALE SPECIALE

Dalla sua istituzione, primo febbraio 1927, al suo scioglimento, con la caduta del regime il 25 luglio 43, il tribunale speciale per la difesa dello stato processò 5.619 imputati condannandone 4.596. Gli anni totali di prigione inflitti furono 27.735 anni di carcere , 42 le condanne a morte, di cui 31 eseguite, 3 gli ergastoli, 4.497 processati erano uomini, 122 le donne, 697 i minorenni. Tra le categorie professionali, 3.898 imputati erano operai e artigiani, 546 i contadini, 221 liberi professionisti.

Aldo Natoli


Usanze Domestiche

idrolitinaErano tante quelle usanze e qui ne voglio raccontare qualcuna delle più comuni allora che i meno giovani ricorderanno di certo, come l’ insetticida, le borse della spesa, il turchinetto. L’insetticida per noi era il “fritte”. Più precisamente non il prodotto insetticida, il D.D.T., bensì la macchinetta che spruzzava. Una macchinetta di metallo con tanto di serbatoio e stantuffo che agendo con il cosiddetto “olio di gomito” si riusciva ad “appestare” dappertutto.

Anche le borse della spesa, che sono state in uso fino al sessanta, ora sembrerebbero oggetti del medioevo. Erano le borse che facevano i calzolai con i “triangolini” di cuoio cuciti insieme: infinibili! Duravano per decenni e si presentavano anche bene, specialmente quelle di lusso con i colori della pelle sfumati che formavano dei bei motivi centrali, quasi sempre dei rombi.

Un altro comportamento tipico di quegli anni (e che nei successivi anni sessanta  non esisteva già più) era l’uso del “turchinetto” per il bucato. Una sostanza in polvere di un bel colore azzurro intenso che in minima quantità si scioglieva nell’acqua dell’ ultimo risciacquo e donava alle lenzuola un bell’effetto color bianco-azzurrino.

la_vecchinaMa altre piccole consuetudini della vita di allora si riscontravano anche in tavola, come il caffè, l’acqua frizzante e il tè. Il caffè si comprava ancora in chicchi e si macinava con un simpatico macinino dotato di una cassettina. Il caffè in polvere era solo quello dei surrogati, come “La vecchina” e il “Caffè Frank”. Mentre l’acqua che “mussava” era il lusso della domenica. Al  centro della tavola da pranzo, infatti, stava la bottiglia di litro con la bustina dell’ “Idrolitina”. Infine il tè sfuso, ridotto in minuscoli pezzettini di foglie nelle scatoline. I filtri arrivarono dopo qualche anno. Per tutto il decennio il tè si fece ancora, come dicevano Urbino e l’Angèla: col “pizzicottino”.

F.M.V.


Il Piccino

Il Piccino era un pezzo da novanta  dei tempi che furono, quando la banda era formata da elementi autoctoni. Quegli elementi e quella banda che a noi appaiono eterni; non può essere che siano venuti meno e che la banda sia cambiata più volte fino ad essere oggi, con i suoi più giovani esponenti, di nuovo un’espressione della butesità. Il Piccino suonava il bombardino e l’impegno che metteva nel voler ricoprire degnamente il suo ruolo era segnato dalle prove che effettuava in modo instancabile. Erano sempre le stesse, poche note di accompagnamento: “Po’, po’, po’ “. Non le melodie che pure si possono trarre dal bombardino. Talvolta, però, quel “po’ po’ po’” regolare veniva storpiato. Allora, il Piccino, drammaticamente consapevole dell’errore commesso, esclamava sconsolato: “Ber mi morì”.

Scopro in ritardo che nel 2013 avevamo già dedicato un trafiletto al Piccino. Però quell’espressione, quel “Ber mi morì” vale certamente più di due trafiletti.

Vi consiglio l’ascolto di un virtuoso del bombardino che esegue un bel motivo di Astor Piazzolla.


Corrado Vichi

Le persone più attempate ricordano come Corrado Vichi si rivolgeva ai fascisti paesani: “Non mi toccate la bicicletta che poi sono costretto a disinfettarla”. Episodi come questi diventarono proverbiali attirando sul nostro nubi minacciose accompagnate da bastonature e olio di ricino. Per evitare conseguenze più gravi, Corrado fu costretto ad emigrare in Francia dove lavorò come cameriere per quindici anni.

Al rientro  a Buti fu il primo segretario della Sezione del Partito Comunista. Ad attestare l’autorevolezza conquistata per il suo passato di coerente antifascista, si ricorda un episodio in occasione del rapporto Kruscev al XX congresso del PCUS , che segna l’inizio di un processo comunemente definito “destalinizzazione”, in virtù del quale vi fu la definitiva caduta del regime totalitario e una parziale liberalizzazione della vita politica e culturale dell’URSS. Il PCI incontrò forti resistenze a far passare alla base le nuove posizioni. La Federazione di Pisa inviò a Buti un giovane funzionario, Anselmo Pucci (dirigente contadino molto stimato anche qui in paese), a dettare la linea. Sfortunatamente per lui dovette confrontarsi con Corrado Vichi che lo apostrofò così: “O bimbo, digli al Paolicchi (il segretario della Federazione di allora) che venga lui a spiegarmelo cosa è stato il compagno Stalin”. E al Pucci, che stimava incondizionatamente il Vichi per quel passato cui si faceva cenno sopra, toccò tornarsene a Pisa con la coda tra le gambe. Così il Pucci raccontò l’episodio  alla Patrizia Dini, che gli fu collaboratrice per tanti anni alla Regione.

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Il referendum del 17 Aprile

Inauguriamo il blog parlando del significato del voto di domenica 17 al referendum riduttivamente ribattezzato “trivelle si trivelle no”.
A quanto viene raccontato sembra il solito conflitto tra ingenui “ambientalisti” e brillanti “economisti” che conoscono come va il mondo e, oltre a promuovere l’ambiente, evitano che l’Italia si spenga per mancanza di energia.
E’ invece un’occasione significativa per affermare che è necessario un nuovo modello di sviluppo. Le energie rinnovabili (sole, vento, biomasse, ecc.) sono un’importante occasione di sviluppo e occupazione. Il prezzo del petrolio è in continuo calo, la produzione delle rinnovabili è in continuo aumento e l’industria e le tecnologie per il risparmio energetico sono ormai parti integranti dei sistemi produttivi dei paesi industrializzati.
Quindi votare SÌ il 17 Aprile significa dare un forte segnale al governo di spingere verso il futuro, di non rimanere succube di interessi particolari, così come sta venendo alla luce in questi giorni.
Abbiamo bisogno urgente di un nuovo modello di sviluppo e di crescita.

evoluzione